Di Antonio Chirico
Re[a]daction Editrice Roma 2024 – GIALLO storico giudiziario (storia vera).
347 pagg.

1961 – L’autore affida la parola, alla voce narrante del vecchio magistrato, che all’epoca dei fatti, condusse le indagini. Il magistrato, allora giudice istruttore del tribunale di Lecce, elabora una sorta di diario. Si interroga su quale scopo abbia la verità: punire i colpevoli, risalire a fatti collaterali, che, pur non avendo valore giuridico, e quindi non punibili dal codice penale, hanno sempre un carico di responsabilità, nel puzzle dell’intera vicenda. Fatti che possono avere matrici diverse: ambientali, culturali, storiche, familiari, entità particolarmente forte al sud, e anche colpe risalenti alla vittima stessa.
“La verità sarebbe principalmente un bisogno momentaneo dei sopravvissuti, una sorta di salvagente, che con il tempo trova altri equilibri e altre dimensioni, in cui, il tempo stesso è il miglior giudice…” Allargando la visuale, da un punto di vista storico, la verità, se non emerge nell’immediato, perde d’importanza, in quanto la vita, comunque, fa il suo corso.
Il caso in questione è l’omicidio di Pietro Caramia, quarantenne medico condotto, di un paese dell’entroterra Salentina: Torre Santa Susanna a 10 km da Oria. La vittima, prima di morire, lancia un’accusa precisa: “sono stati i miei cugini” dice.
Era il giorno 11 aprile del 1923…
Il movente del delitto, sembra essere la vendetta familiare, vendetta ordita principalmente dalle donne, nell’intento di vendicare il mancato riconoscimento di un figlio. Questo, chiedeva la donna abbandonata e disonorata, non un matrimonio riparatore, ma solo il riconoscimento per suo figlio, affinché non fosse marchiato dalla vergogna.
Questo, è ciò che emerge dai primi interrogatori a carico dei familiari, tra gli altri, la cugina, rea confessa, reclusa nel carcere di Oria. Il cui figlio, nato dalla presunta relazione con Pietro Caramia, cugino della donna, non è mai stato riconosciuto dal padre… Ma non basta, a far esplodere la miccia, era stato un altro evento: il matrimonio, segreto, dello stesso Pietro Caramia con un’altra donna, la sua bella fidanzata.
Da qui la rivalsa della cugina, abbandonata al destino di donna disonorata, a cui tutta la famiglia si unisce compatta.
Il testo, ben scritto dall’autore, ha un taglio tecnico: una prima parte in cui i vari personaggi rendono le loro deposizione, a seguire l’iter processuale, dettagliatamente illustrato.
Ciò delinea un chiaro spaccato della società di allora, in cui, il disonore subito, condannava la donna, e il suo bambino, a una vita di solitudine e difficoltà.
Con stile fluido e accattivante, l’autore tratteggia i vari personaggi e il contesto storico – culturale dei primi anni del secolo scorso.
Il mancato riconoscimento di un figlio, avuto fuori dal matrimonio, era allora, specialmente nel sud, sotto gli occhi dell’intera comunità, ciò determinava un grave affronto: disonore ai danni della giovane e di tutta la sua famiglia.
Ma, come aveva illustrato il magistrato, nelle sue riflessioni iniziali, le colpe hanno più matrici: materiali e morali. Si dividono quindi, su più livelli, perché non c’è mai una sola causa, ma sempre un intreccio di concause più o meno evidenti, che toccano l’intera comunità e, più direttamente, la famiglia d’origine, colpita dal disonore.
Il libro è bello e appassionante, con dialoghi veloci e veritieri, che illustrano nel dettaglio la scena, lasciando a chi legge, il piacere di scoprire l’evolversi delle indagini. Un finale a sorpresa porta il lettore a riflettere sull’eterno dilemma: verità giudiziaria e verità reale, quella che solo Dio può legittimare.
Tratto da una storia vera… Consigliatissimo!!!!!!
Mc. Pazzini
